LO SLOGAN
“Non vado a votare perché i politici sono tutti uguali.”
È una frase che si sente ovunque: nei bar, su Facebook, nei gruppi WhatsApp.
Ed è esplosa insieme a un dato che dovrebbe far tremare chiunque abbia a cuore la democrazia: in molte regioni italiane, alle ultime elezioni, meno di un cittadino su due si è presentato alle urne.
Il “partito degli astensionisti” è diventato stabilmente il più grande del Paese.
IL TEMA
L’astensione viene spesso raccontata come un gesto di protesta:
“Non vado, così mando un segnale.”
La realtà è molto meno romantica.
I numeri dicono che a restare a casa sono soprattutto giovani, ceti popolari, lavoratori precari, residenti nelle periferie.
A votare di più sono invece anziani, benestanti, residenti nei quartieri centrali.
Tradotto: chi avrebbe più da perdere da scelte sbagliate vota meno. Chi è già tutelato vota di più.
L’ANALISI: PERCHÉ LO SLOGAN È SBAGLIATO
1. “Sono tutti uguali” cancella differenze reali
Sanità, scuola, trasporti, tasse locali, uso dei fondi: sono settori dove i governi – nazionali e locali – fanno scelte molto diverse tra loro.
Dire “sono tutti uguali” è una semplificazione che fa comodo solo a chi governa: se non ti accorgi delle differenze, smetti anche di giudicarle.
E quando solo il 40–50% degli aventi diritto vota, chi governa spesso rappresenta meno di un quarto della popolazione. Basta convincere i pochi che si presentano.
2. Chi non vota perde rappresentanza. Punto.
L’astensione non è neutrale: ha dei vincitori e dei perdenti.
E i perdenti sono sempre gli stessi:
- giovani,
- lavoratori precari,
- ceti popolari,
- aree periferiche e interne.
Se questi gruppi votano poco, i loro bisogni finiscono in fondo all’agenda politica.
Frase da usare nell’episodio:
“Se non voti, stai dicendo al sistema che il tuo reddito, il tuo quartiere, il tuo lavoro possono essere ignorati senza conseguenze.”
3. L’astensione rafforza clientele e poteri locali
Meno voti liberi ci sono, più contano quelli controllati: famiglie influenti, reti clientelari, comitati di affari, pacchetti di voti intermediati da “ras” locali.
Quando l’affluenza crolla:
- ogni voto organizzato vale di più,
- ogni rete clientelare pesa di più,
- ogni gruppo di potere è più difficile da scalzare.
Come sintetizzarlo:
“Più alta è l’astensione, più chi controlla pacchetti di voti diventa decisivo. Non votare non punisce i politici: gli spiana la strada.”
4. Astensionismo = politiche più diseguali
Gli studi in molte democrazie mostrano che quando votano meno i ceti popolari:
- cala la spinta sul welfare,
- cala la pressione per servizi pubblici di qualità,
- crescono le misure rivolte ai ceti più benestanti,
- aumentano le disuguaglianze.
Se votano soprattutto i quartieri ricchi, le politiche verranno fatte pensando ai quartieri ricchi.
Frase chiave:
“Dire ‘sono tutti uguali’ e restare a casa significa lasciare che altri decidano come spendere i soldi delle tue tasse.”
5. L’astensionismo aiuta proprio chi lo alimenta
Già oggi molti leader politici giocano sul messaggio “tanto non cambia niente”.
Perché?
Perché un’elezione con pochi votanti è più facile da controllare.
Meno persone votano = meno rischi di perdere.
Di fatto, chi ripete lo slogan “sono tutti uguali” diventa – senza volerlo – un alleato del sistema che vorrebbe criticare.
Frase forte per la puntata:
“Il messaggio ‘sono tutti uguali’ nasce come critica, ma finisce per diventare il miglior amico di chi comanda. Meno voti ci sono, più chi comanda è al sicuro.”
6. Distinguere tra vera protesta e finta neutralità
C’è un’astensione critica, organizzata, consapevole: una scelta politica esplicita.
Ma è una minoranza minima.
La maggior parte dell’astensione è individuale, dispersa, silenziosa.
Statisticamente è indistinguibile dall’apatia.
Una scheda bianca o nulla appare nei risultati.
L’assenza totale no.
Frase chiave:
“Il ‘me ne sto a casa da solo’ non manda nessun messaggio. È solo silenzio.”
PERCHÉ TI RIGUARDA, ANCHE SE TI SENTI LONTANO DALLA POLITICA
In Italia l’astensionismo è più alto proprio dove c’è:
- meno lavoro,
- meno servizi,
- più precarietà,
- più isolamento.
Chi si astiene “per protesta” sta dicendo esattamente alla politica:
“Io non conto.”
E in democrazia, chi non conta viene ignorato.
LA CHIUSURA
“Non vado a votare perché sono tutti uguali” è una scorciatoia emotiva: evita la fatica di informarsi, scegliere il meno lontano da sé, o impegnarsi per costruire alternative.
Ma ogni astensione di sfiducia è un voto regalato agli altri, soprattutto a chi ha già potere, reti, organizzazione e interessi forti.
L’Antipopulista non ti dice per chi votare.
Ti mette solo davanti alla realtà:
Chi vota conta.
Chi non vota non fa paura a nessuno.
E quando la politica non ha paura di perderti, smette anche di provare a parlarti.
